Sibilla Aleramo e Dino Campana: una breve , ma appassionata storia d’amore

12 Dicembre 2016

di Daniela Bardelli

Il 3 agosto 1916, cento anni fa, la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana si incontravano per la prima volta. Un anniversario importante per una storia appassionata e documentata da un carteggio: “Un viaggio chiamato  amore . Lettere 1916 – 1918 “, denso di richiami letterari, di poesia, di confessioni, di rabbia e desiderio.
Il rapporto si consuma in pochi mesi, dall’agosto 1916 al gennaio 1917.
Da allora i due si perdono di vista per rivedersi l’ultima volta, il 13 settembre 1917, nel carcere di Novara.

Campana era stato arrestato e l’Aleramo lo aveva raggiunto per favorirne il rilascio. sibilla-aleramo-e-dino-campana

La donna racconta ad un amico che il poeta la teneva per le mani dalle sbarre pregandola di non lasciarlo; le guardie carcerarie sembravano commuoversi di fronte a tale straziante scena.
Sibilla Aleramo, che era solita inviare le sue poesie a Campana, scrive in  “Insonne  arsura”: Oggi glicine perlacee erano nel sole e un uomo bello con ondosa chioma bruna . Grappoli, ciocche, e le mie dita nel sole non si sono tese….. Le mie dita nel sole non si sono tese.
Dino Campana, in una lettera del maggio 1917, risponde : ” Oggi glicine perlacee erano nel sole e una testa d’uomo? Non sono più il tuo bambino? Parlo di te come una santa che si cerca in ginocchio. Mi sento forte perché tu sei stata qui, hai guardato l’Arno e hai visto le glicini….”
Un modo questo per ricordare due personalità che hanno pagato sulla loro pelle le conseguenze di scelte coraggiose.
La scrittrice, maritata non ancora diciassattenne per “riparare” uno stupro, come racconta nel romanzo autobiografico “Una donna”, dimostra la sua forza di carattere e la sua indipendenza dai pregiudizi e dai tabù dell’epoca abbandonando, con grave scandalo, il marito e il figlioletto.
Il poeta, che fin dall’adolescenza manifesta turbamenti psichici e nel corso della sua vita più volte subisce internamenti in manicomio, reagisce al sentimento di esclusione e di sradicamento perseguendo con insistenza un ideale di reintegrazione dell’io nel mondo, ma si tratta di un tentativo destinato alla sconfitta, mentre si impone la verità  profonda del dolore umano.