Siamo donne

di Meri Lolini
Essere donna è una condizione di genere che si identifica nel ruolo di figlia, poi di compagna e spesso si completa nell’essere madre. La donna studia, la donna lavora e si occupa in contemporanea sia della famiglia che della crescita dei figli.

La condizione femminile è stata da sempre sottoposta a regole comportamentali più restrittive e spesso le donne hanno subito delle limitazioni delle loro libertà più semplici che sono state condizionate dalla mentalità del momento.

Meri Lolini
Meri Lolini

Siamo nel terzo millennio e la vita della donna è spesso messa in pericolo da atti di violenza anche di femminicidi da parte di chi dice di volerle bene, di essere geloso e di essere possessivo.

Questo comportamento del possesso e della gelosia non deve essere scambiato per amore è solo un comportamento molto pericoloso che può degenerare in atti violenti anche irrimediabili.

Anche questo anno ci sono stati cento femminicidi e quindi una donna uccisa ogni tre giorni.

L’età delle vittime è tra i venticinque ed i cinquantaquattro anni e da questa fascia di età è chiaro che il pericolo ed il rischio è dalla ragazza alla donna matura e quindi non c’è essere tranquille care donne.

Facendo una panoramica della normativa che ha trattato questo crimine risaliamo al Codice penale italiano.

Regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, in materia di “Approvazione del codice penale.” Il codice penale italiano (noto come codice Rocco dal nome del suo principale estensore, il guardasigilli del Governo Mussolini Alfredo Rocco) è un corpo di norme in tema di diritto penale.L’art.587 recita: «Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni» In questo codice era previsto anche il “matrimonio riparatore” che veniva celebrato quando una donna rimaneva incinta prima del matrimonio. Da quanto dice l’articolo citato il comportamento della donna era valutato dagli uomini della famiglia che nel caso ritenessero che portasse disonore ai parenti o al marito la donna poteva essere uccisa con uno sconto di pena per l’assassino. La valutazione sul comportamento poteva essere anche sbagliata da sentimenti come la gelosia o la possessività ossessiva e quindi il genere femminile era sottomesso.

Il 5 settembre 1981 il codice fu abrogato e questo segnò una conquista importante per le donne che lo avevano subito per cinquantuno anni.

Nel 2009 nell’ospedale di Grosseto nasce il CODICE ROSA che un un percorso speciale per chi subisce violenza. Il Codice Rosa è un percorso di accesso al Pronto Soccorso riservato a tutte le vittime di violenza, in particolare donne, bambini e persone discriminate.

Quando è rivolto a donne che subiscono violenza di genere si parla del “Percorso per le donne che subiscono violenza” cd. Percorso Donna, mentre per le vittime di violenza causata da vulnerabilità o discriminazione è il c.d. Percorso per le vittime di crimini d’odio.

Il percorso è attivo qualunque sia la modalità di accesso al servizio sanitario, sia esso in area di emergenza- urgenza, ambulatoriale o di degenza ordinaria e prevede precise procedure di allerta ed attivazione dei successivi percorsi territoriali, nell’ottica di un continuum assistenziale e di presa in carico globale.

Il percorso opera in sinergia con Enti, Istituzioni ed in primis con la rete territoriale del Centri Antiviolenza, in linea con le direttive nazionali e internazionali.

Dal 2014, dunque, Codice Rosa si è diffuso in tutta la Toscana e dal 2015, con la legge di stabilità, è stato inserito come linee guida in tutta Italia.

Nel 2016 il Codice Rosa passa da progetto a Rete Regionale con questi obiettivi: favorire il riconoscimento precoce dei casi di violenza assicurando efficaci percorsi dedicati coordinare e mettere in rete le diverse istituzioni e competenze, per fornire una risposta efficace già dall’arrivo della vittima al pronto soccorso dare continuità alle azioni successive al momento di cura erogato nelle strutture di pronto soccorso con la presa in carico territoriale successiva, sulla base della valutazione delle esigenze di tutela e protezione delle vittime mediante percorsi rispondenti alle loro esigenze assicurare omogeneità di intervento sull’intero territorio regionale.

Il 7 aprile 2011è stata approvata la  Convenzione di Istanbul dal Consiglio d’Europa ed è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di protezione dei diritti della donna contro ogni forma di violenza.

Lo scorso 19 giugno è stata ratificata da Camera e Senato la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne. Dallo scorso giugno, dunque, la Convenzione è legge anche in Italia: lo scopo è quello prevenire atti di violenza, proteggere le vittime e perseguire gli aggressori, oltre che riconoscere una volta per tutte la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani. È composta da 81 punti alcuni dei quali riguardano anche la protezione dei bambini testimoni di violenza domestica, la penalizzazione dei matrimoni forzati, delle mutilazioni genitali femminili e dell’aborto e della sterilizzazione forzata. Tuttavia perché la Convenzione sia effettivamente vincolante è necessario che gli Stati firmatari varino una legge d’attuazione che possa coprire finanziariamente e concretamente gli interventi di prevenzione e sostegno.
Abbiamo finalmente una normativa, che permette alle donne, di avere la possibilità di confrontarsi con persone professionalmente competenti ed in grado di dare un aiuto importante affinchè non si verifichino queste tragedie irrimediabili.

E’ necessario avere la forza e la capacità di saper valutare certi comportamenti prima di arrivare a conseguenze irreparabili.

Gli atti di violenza ed intimidatori non devono essere scambiati per atti di “amore”, ma devono essere subito raffigurati come pericolosi e criminali.