MEGLIO DORMIRE

Un filo di luce rosso attraversa la stanza e la faccia di Paolo, destandolo dal suo torpore.
Lui guarda la sveglia: sono le sei, fra tre ore gli toccherà essere in chiesa.
Dovrebbe cominciare ad alzarsi, prepararsi per il gran giorno, ma non ce la fa; il suo corpo è come paralizzato, ha solo una gran voglia di dormire.
Quindi, si addormenta.
Lo sveglia di nuovo lo squillo del cellulare e di nuovo lui emerge dal letargo, guarda il display: è lei che lo chiama. Dannazione, che ore sono? Le otto e un quarto.
Deve rispondere e dirle che va tutto bene, che tra un quarto d’ora sarà lì ad aspettarla all’altare, che è felice e che non vede l’ora di unirsi a lei per sempre.
Invece spegne il cellulare, stacca il telefono, toglie la corrente con la furia di un animale braccato, poi si distende nuovamente sul letto – in attesa.
Ripiomba nel sonno.
E sogna di quando l’ha incontrata, dietro la cassa del bar, mentre dispensava scontrini e resto agli avventori con gesti morbidi e misurati, facendo scivolare tra le dita, lunghe e curate, banconote e monete; solfeggiava sulla tastiera curvandosi un po’, mostrando l’incavatura dei seni attraverso la camicetta, che era impossibile non farci cadere l’occhio.
Lo fece anche lui. Lei se ne accorse e si aggiustò i lembi del colletto con un gesto rapido e leggero, che gli parve perfetto.
Ne rimase affascinato.
Cominciò ad attaccar bottone con la prima insulsaggine che gli venne in mente e lei, invece di mandarlo al diavolo, rispose con una frase spiritosa.
Sembrava un approccio come un altro, di quelli goffi che si usano per rimorchiare un’avventura, e invece no.
Non le chiese di uscire, gli sembrava prematuro, almeno così giustificò al suo orgoglio di maschio quell’esitazione. In realtà da subito l’aveva avvolta in un’aurea di sacralità: quel gesto pudico di sollevare i lembi per impedirgli di scrutare, per poi immaginare tutto un mondo di delizie sensuali, gli aveva fatto capire che lei non era per tutti.
E quindi doveva averla. Doveva essere il privilegiato, colui al quale avrebbe concesso se stessa, la sua essenza.
C’impiegò due settimane.
Mentre entrava in confidenza con lei, si lambiccava il cervello su come chiederle un appuntamento, finché una sera che pioveva a dirotto, si offrì di accompagnarla a casa e lei accettò; in auto gli ripartì il meccanismo convulso di approfittare del momento, cercando una scusa
plausibile per chiederle di uscire, ma non ci riusciva, stordito dal profumo di lei e dal calore che emanava il suo corpo seduto sul sedile accanto; pensò che stava perdendo un’occasione unica. Arrivati a destinazione, si era già arreso alla sua inerzia, quando lei lo stupì chiedendogli di salire.
Immagini oniriche si susseguono, facendolo affondare tra le carni lisce di lei che vibrano di piacere, un attimo dopo lo portano sulle rive di un lago mentre, mangiando granchiolini, si scambiano pensieri, poi nel tepore di un divano ridono dei propri difetti e poi al cinema, al concerto con le mani intrecciate, fino a piombare in una mattina di pioggia, lui che dice “ti amo” sotto la seta dell’ombrello, lei infreddolita gli risponde con un bacio.
Gli giungono da lontano, lontanissimo, voci concitate davanti alla sua porta; pugni che s’infrangono sordi, la portiera che litiga con qualcuno perché non ha le chiavi di riserva, e l’eco di due parole dette che accompagnano un pensiero lucido, il primo dopo mesi.
Quella frase, “ti amo”, era davvero scolpita a fuoco nella roccia dei suoi sentimenti o si era persa nella quotidianità di un rapporto scontato?
A quel primo “ti amo” ne erano seguiti tanti altri, ognuno detto con minor forza, con una convinzione che perdeva sempre più consistenza.
Sulle prime aveva fatto finta di non accorgersene, intimamente spaventato della sua incoerenza; l’aveva voluta fortemente, amava ogni singolo aspetto della sua personalità, aveva apprezzato la fierezza di giovane donna che viveva e si manteneva da sola, condiviso la sua passione per l’arte, sostenuto la sua allegria e l’amore per le piccole cose
della vita e infine aveva accettato anche la sua gelosia, le ubbie improvvise.
Ignorò tutti quei segnali d’allarme che annunciano l’inizio della fine, come il senso di leggerezza che lo prendeva quando non potevano incontrarsi, o notare in lei difetti che prima neanche immaginava, e quella sensazione, che senza preavviso gli si piantava dentro, come un peso sul cuore.
Il silenzio riempie la stanza.
Le voci concitate sono andate via, lasciandosi dietro una scia di risentimento.
La coscienza annega di nuovo nelle immagini confuse del sonno.
Lei che lo abbracciava felice, nell’appartamento vuoto che odorava di pittura fresca e parquet appena posato, esclamando: “Amore, è perfetto!”, lui che le baciava il collo fino a lambire le spalle, le infilava una mano sotto la gonna e la spingeva contro un muro, penetrandola con una frenesia che lei scambiò per passione amorosa, ma che per lui era il modo di violare quella perfezione, di sporcare la nuova vita, il nuovo futuro che gli dava la nausea.
“Che bastardo che sono!”, sussurra tra la nebbia dei suoi sogni, ma ormai è preda delle sue fantasie oniriche, che come un sortilegio, gli scavano l’anima.
Il litigio, per una cosa stupida che neanche ricordava, si fonde con il pianto di lei, le labbra increspate dal dispiacere, le lacrime che scivolano sulle guance, cadendo tra le mani poggiate sul grembo.
Perché non dirle subito che non poteva più andare avanti, che quel peso che sentiva era paura, inadeguatezza, incapacità di affrontare il futuro come faceva lei?
“Perché sei un vigliacco!”
“Vigliacco!”. La parola rimbomba nel cervello assieme al lamento di lei
“Apri, vigliacco! Perché mi fai questo?”
Quella voce dissolve gli ultimi sfilacci del sogno.
Dovrebbe alzarsi, aprire la porta, ma un’inerzia mortale lo inchioda al letto.
Ascolta ancora al di là della porta, immaginandola bellissima nel suo fantastico vestito da sposa tutto sconvolto dall’agitazione e dalle lacrime.
Ancora un singhiozzo, un’ultima invocazione che gli giunge ovattata, inconsistente.
Poi, più niente.
Torna a scivolare nel sonno, senza sogni questa volta.
La coscienza riaffiora dopo un tempo indefinibile, disturbata, forse, dall’eccessivo silenzio.
Paolo da’ di nuovo un’occhiata alla sveglia: incredibile, sono le due del pomeriggio!.
A quest’ora è sicuramente tutto finito.
Bisognerà spiegarsi, spiegarle che ha ragione, è un vigliacco, che non ce l’ha con lei, che l’ama, ma proprio non poteva…
Non oggi, però, non adesso.
Più in là, se lei vorrà ancora parlargli.
”Meglio dormire” pensa, voltandosi dall’altra parte.
la voce ansiosa di lei che lo chiama, poi, più niente.
Riaffiora ancora la coscienza, disturbata, forse, dall’eccessivo silenzio. Paolo guarda nuovamente la sveglia: incredibile, sono le due del pomeriggio, a quest’ora è sicuramente tutto finito. Bisognerà spiegarsi, spiegarle che non ce l’ha con lei, ma lui proprio non poteva…
Non oggi, però, non adesso. Più in là, se lei vorrà ancora parlargli: ”Meglio dormire” pensa, voltandosi dall’altra parte.

Daniela Nardi