Fast fashion: le conseguenze della moda usa e getta

23.09.2016

Nicola Accordino

Un pomeriggio come tanti, mi trovo a passeggiare a Marienplatz, l´enorme piazza al centro di Monaco di Baviera che è un grande centro commerciale all´aperto. Negozi di abbigliamento si susseguono uno di fianco all´altro e entro a fare un giro tra gli scaffali. È gratificante dopo una giornata di lavoro e si finisce molto spesso per concedersi il lusso di un nuovo capo di abbigliamento, specie ai prezzi contenuti che vengono proposti. È questa infatti la prima cosa che salta all´occhio: prezzi che spaziano tra 1€ per un paio di calzini a 100€ per un completo da uomo. Ed è quindi quasi impossibile resistere alla tentazione. 12246031-sketch-moda-ragazza-disegnata-a-mano-modello-di-moda-illustrazione-vettoriale-archivio-fotografico
Ma tornando a casa dalla mia sessione di shopping mi sono chiesto: come fanno questi grandi brand a mantenere prezzi cosí competitivi? La prima risposta che mi è venuta in mente è Delocalizzando. Si, ma dove? Qualcuno di voi ricorderà un fatto, accaduto il 24 aprile 2013 a Savar (Bangladesh): il Rana Plaza sede di numerose fabbriche di abbigliamento low cost che davano impiego a circa 5.000 persone, si sgretolò come un castello di sabbia provocando la morte di quasi 1.200 persone e ferendone più di 2.500. Quelle persone, per lo piú donne e ragazze, lavoravano per una paga mensile di 40€, tessendo ininterrottamente gli indumenti che poi gli occidentali avrebbero sfoggiato. Se cercate bene, anche voi ne possedete almeno uno, con la dicitura “made in Bangladesh” stampata sull´etichetta. Quindi delocalizzare per abbassare i costi della mano d´opera.
Un altro modo che l´industria della moda ha per mantenere bassi i costi e´quello di utilizzare materie prime di secondo e terz´ordine, non trattare gli scarti di produzione in modo adeguato e, soprattutto, esportare la produzione in paesi dove non si va molto per il sottile in materia di controlli ambientali. Ed è questa l´oscura verità sul mondo della moda: è una delle industrie piú inquinanti del pianeta. La giostra di nuovi arrivi che quest’industria tira fuori ad una velocità vorticosa, alimenta una vera e propria dipendenza da vestiti ed il bisogno recondito di essere sempre all’ultima moda. Di conseguenza, in tutto il mondo le persone consumano complessivamente più di 80 miliardi di capi d’abbigliamento all’anno, articoli sempre più percepiti come beni “usa e getta”. E non solo i vestiti “passati di moda” vengono semplicemente buttati in nome di una apparenza che serve solo a mascherare il nostro vuoto interiore, ma gli scarti di questa abnorme produzione finiscono per inquinare mari, fiumi, laghi e a costare la vita delle persone. E il Fast Fashion, questa corsa agli acquisti spasmodici, questa girandola di vestiti sempre nuovi, sempre belli, sempre freschi, sta contribuendo a distruggere il mondo.
L´unico modo per non essere complici ancora una volta di questo scempio che facciamo alla natura e quindi, in ultima analisi, anche a noi stessi che di quella natura facciamo parte, è quello di diventare più consapevoli delle nostre scelte ed aprire gli occhi a chi, ignaro di quello che realmente accade nel NOSTRO mondo, cade vittima di meccanismi tesi solo a sfruttare le nostre debolezze per trarne ricavo.