Alcolizzati dal lavoro

24.09.2016

di Paola Farinella

Il fulcro di questa dipendenza è rappresentato dalle modalità irrazionali che spingono una persona a lavorare senza concedersi tregua e collocando l’oggetto-lavoro al centro della propria vita.

L’alcolizzato dal lavoro avverte l’esigenza di lavorare in maniera continuativa e irrefrenabile, come se fosse spinto da una sorta di costrizione interna che non lo lascia libero di scegliere e di decidere.

Ciò può generare stress, problemi di salute e difficoltà interpersonali.

Tale fenomeno investe l’individuo sia a livello comportamentale sia a livello psicologico.

lavoro_3Il lavoro diventa uno stato d’animo, una via di fuga che consente alla persona di allontanare le emozioni, le responsabilità e l’intimità nei confronti con gli altri. Il workaholist non si rende conto di condurre una vita a una dimensione “lavorocentrica”, priva di qualsiasi altro interesse; pensa di star facendo il suo dovere in perfetta buona fede e di non poter fare diversamente. Le imprese sfruttano questi individui a proprio vantaggio, dimostrando riconoscimenti a chi dedica se stesso solo ed esclusivamente al proprio lavoro.

L’ambiente familiare risente fortemente della presenza di un workaholic, ondeggiando tra il capire, sostenere e giustificare tale comportamento. La persona in questa dipendenza, come nelle altre dipendenze psicologiche, non riesce a rendersi conto della gravità del proprio stato e nel momento in cui, invece, prende coscienza di questa, ritiene di poterne uscire facilmente.
Il workaholism si manifesta come una “difesa psichica” rispetto alle proprie fragilità personali; è uno stile di vita che presenta un aspetto compensatorio e autogratificante e copre debolezze affettive, relazionali e di rapporto con il mondo e con la vita quotidiana, che non viene vissuta intensamente.
Dal punto di vista psicologico è considerato una manifestazione della personalità ossessivo-compulsiva, in cui il soggetto è un individuo iper-razionale, che possiede dei tratti narcisistici, per questo tale fenomeno ha assunto il nome anche di ergomania, un forte desiderio di voler primeggiare sugli altri e un alto livello di competitività sia verso se stesso sia verso l’esterno.
Per il workaholic la socializzazione può rappresentare una fonte di disagio, le relazioni, sebbene possono apparentemente sembrare ricche e varie, sono finalizzate e concentrate, esclusivamente, allo scopo di creare e mantenere contatti utili per la professione. Il tempo si configura come il bene più prezioso, giacché il workaholic odia aspettare o dover perdere tempo. Egli vive costantemente  in uno stato di tensione, poiché ha sempre un’enorme quantità di compiti da portare a termine e avverte l’esigenza di fare sempre di più. Difficilmente riesce a entrare in contatto con le sue intime emozioni. L’interruzione o la sospensione momentanea della propria attività è terrificante, perché comporterebbe il riflettere su se stesso. Il lavoro diventa una sicurezza, il mezzo attraverso il quale vengono riempite le giornate, che permette di sostenere la sua autostima, dando un significato e uno scopo alla propria vita. Aiutare un workaholic non è facile proprio per il fatto che egli non solo non avverte il bisogno di non essere aiutato, ma protegge attivamente il suo stato esistenziale in quanto questo è funzionale al mantenimento di un precario equilibrio psichico.
Ad ogni modo, questa dipendenza è strettamente correlata ad una natura imperniata sul materialismo e su stili di vita che i media fomentano con la pubblicità e certe fiction televisive (queste ultime sono tutt’altro che innocui passatempi, ma svolgono un ruolo educativo profondo finalizzato alla schiavitù di questo sistema).

Il lavoro conferisce certamente dignità agli individui e permette di progettare la propria vita, ma tutte le esagerazioni portano a perdere l’equilibrio e ad allontanarsi addirittura dai propri cari, i quali si ritrovano ad essere estranei sotto lo stesso tetto, ma con la residenza in comune.

È proprio vero che serve così tanto denaro per vivere un’esistenza soddisfacente? Non è che a motivo di un’illusione di benessere si diventa schiavi di un sistema che ci illude e ci depriva di una qualità essenziale come l’empatia ed il senso della realtà?

Magari rivedere i bisogni personali e familiari reali da quelli indotti e prodotti da una società meramente consumistica permetterebbe di avere un atteggiamento più equilibrato nei confronti del tempo profuso all’attività lavorativa, ma produrrebbe famiglie molto più unite e solide con vincoli affettivi veri, profondi e non opportunistici.

Chiedetevi come mai tanti personaggi famosi del mondo dello spettacolo e dell’industria sono dovuti ricorrere all’uso e all’abuso di droghe e psicofarmaci al fine di colmare il vuoto interiore nonostante abbiano svolto lavori anche molto gratificanti e molto remunerativi?

Allora vi lascio una domanda aperta: “Qual è il principio della felicità?”

Tratterò l’argomento in uno dei miei prossimi articoli.